I ragazzi velleitari di Okada vogliono una vita spericolata. VIE2011.

ottobre 20, 2011

Auto-osservazione ed etero-osservazione mi sembrano i meccanismi che muovono uno spettacolo come The Sonic Life of a Giant Tortoise di Toshiki Okada (ancora Festival Vie 2011 a Modena) e a che a dir la verità possiamo ritrovare quando il teatro mette a tema l’identità di un luogo, e dei suoi abitanti, e il modo con cui tale identità si riflette nelle rappresentazioni collettive, sia auto-prodotte sia etero-prodotte. Ad esempio nello stereotipo del Giappone e del giapponese, per lo meno in questo caso e in altri di cui ho già avuto modo di dare conto, anche in relazione ad altri lavori dello stesso Okada.

Ma il bello è vedere come l’aderenza ad un’idea di appartenenza simbolica a un posto, a una cultura, ai suoi pregi e ai suoi difetti prenda una forma coerente con quell’idea. Gli attori sono ragazzi e ragazze di oggi, con quel modo di vestire e di muoversi che qui è calcato in una gestualità un po’ danza un po’ manga e in dialoghi surreali costruiti per paradossi. Affermazioni che vengono smentite, ruoli maschili e femminili che si incrociano come a dirci che il personaggio che parla potrebbe essere chiunque perché di chiunque è la tensione verso una vita migliore.

E così il desiderio di altrove da soddifare con il viaggio ma anche la capacità di cogliere l’altrove qui, la speranza di perdere un oggetto d’amore soltanto per capire di avere amato davvero, odiare le feste ma scoprire di potersi divertire anche senza ballare, sono i discorsi e le situazioni minute di una quotidianità che ha bisogno di diventare straordinaria per una vita che valga la pena di essere vissuta. (Da leggere anche così: su Altre Velocità).

Le telecamerine digitali in scena e le proiezioni ingrandite dei volti, infine, fanno ripensare a una poetica della tecnologia in scena come resa visibile dell’invisibile. Un’espressione della faccia ad esempio, anche per ridere, ma che va fatta vedere bene perché è funzionale alla resa dei dialoghi e perché lo spettacolo dal vivo continua a dare valore ai corpi e perciò a rappresentarli.


Som Faves. La forma come contenuto per Ivo Dimchev

luglio 14, 2011

  foto claire pasquier

Con l’indimenticabile performance di Ivo Dimchev penso di aver capito il senso della mappa costruita da Ermanna Montanari per Santarcangelo41. La figura dell’attore come immagine-guida e artista mondo (che magari fa il paio con l’opera mondo di Moretti e lo stream of consciousness, cioè con l’espressione dell’interiorità individuale sollecitata dalle metropoli contemporanee che si apre e parla alla società prima ancora che all’individuo).

foto claire pasquier

Sta di fatto che la performance si costruisce nel montaggio-collage di sequenze in cui nell’apparente non sense delle cose che dice e fa – leggo dal catalogo

un cammino sul baratro che cristallizza fragilità e ironia, e gradualmente si trasforma in un ritratto intimo e feroce -

si riflette sullo statuto dell’arte, sulla sua funzione, nonché sulla messa in forma che è di per se stessa il contenuto della perfomance. E credo infatti che rimanere incollati e rapiti come eravamo, noi pubblico, sia la dimostrazione di come il carisma dell’attore e l’idea formale che sa portare in scena sia il primo patto che stipula con lo spettatore.

foto Lackó Szögi

Un patto che qui è rispettato alla fine, con lo sfregio sul proprio volto, con “quel sangue nella faccia” evocato all’inizio, che diventa il collegamento del corpo e del suo simbolico con la body art e l’origine stessa del “genere” performance.


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