Il gioco relazionale della rappresentazione nel Nowness Mystery di Cuquí Jerez. Spielart 2011.

dicembre 8, 2011

Con The Nowness Mystery - Spielart 2 dicembre 2011 – Cuquí Jerez, con la complicità delle scanzonate Maria Jerez, sua sorella, e Amalia Fernández, interroga i limiti della rappresentazione, il rapporto fra performer e spettatori e in definitiva, coerentemente con un percorso di ricerca che fa da filo rosso a molta della produzione contemporanea, i livelli di realtà che stanno in rapporto dialettico (dentro/fuori) con la finzione.

La piéce si compone come un montaggio di sketch in cui le due attrici in scena improvvisano situazioni banali e giocherellone che vengono collegate senza soluzione di continuità nel tempo previsto e cronometrato dall’inizio dalla stessa Cuquí.

An experiment. A work based on the experience of the present. The void of the present as a space for opportunity and a spece for failure (Cuquí Jerez, foglio di sala).

Ed è lei che da un angolo fuori dalla scena – ma a ben vedere presente e protagonista alla maniera di Tadeusz Kantor – trascrive sul portatile, collegato al proiettore che permette di leggere sullo schermo, commenti sulla resa o meno delle “trovate”, per dirla con Barthes, delle due attrici oppure battute e pensieri che rivolge direttamente agli spettatori.

Nell’andamento dello spettacolo -  processo dinamico fatto di comportamenti recuperati e di spunti improvvisati – c’è la consapevolezza del funzionamento dell’intrattenimento come meccanismo drammaturgico che deve portare da qualche parte, ma senza essere narrativo, verso la conclusione di una “scenetta” da collegare a quella successiva finché il tempo a disposizione lo permette.

Il senso ultimo del Nowness Mystery sembra poi stare tutto in quelle note di regia e in quei flussi di pensiero condivisi in nome del processo comunicativo e ralazionale con gli spettatori. Nella creazione di un evento che, pensato e realizzato così, non può che essere unico e irripetibile, frutto della dinamica comunicativa e del dominio consensuale creato qui ed ora in quella realtà misteriosa e senza tempo del teatro e del suo immaginario.


Gruppo di amici in un Interiors. Testo analogico, ironia e questioni di soglia nello spettacolo di Mattew Lenton

maggio 17, 2011

Dando soddisfazione al piacere voyeristico di tutti noi la scena di Interiors - di Mattew Lenton, visto al Teatro Storchi di Modena il 13 maggio – si presenta come una normale sala da pranzo illuminata, allestita per una cena fra amici, vista da fuori. E fuori, dove stanno il pubblico e il personaggio narrante che fornisce indizi sul dialogo muto che seguiamo al di là della finestra-quarta parete, è buio pesto, è freddo, nevica e lo capiamo dalle proiezioni video su tutta la “cornice” della finestra. E lo spettacolo si gioca fondamentalmente nel dentro/fuori, ossia in quella dialettica che ripropone costantemente, anche nel teatro, la questione del guardare e dell’essere visti.

Si potrebbe quindi pensare agli spettacoli dello Squat Theatre e alle vetrine dei negozi usate come metafora della soglia fra interno ed esterno e fra le diverse possibilità spettatoriali ma si potrebbe pensare anche all’emergenza delle forme proto-televisive e dello sguardo moderno (mediato) che ci viene dalle letture mediologiche di Benjamin su Parigi (e quindi Baudelaire e quindi Poe e l’uomo della folla).

Qui la forza espressiva – e molto divertente in certi passaggi – è data dal non verbale e dal modo in cui i gesti sono calibrati mostrando, come se ce ne fosse bisogno, che la competenza comunicativa (umana) si gioca (anche) nella traduzione dal numerico all’analogico cioè sul piano delle relazioni fra i comunicanti e spesso nella non coincidenza fra ciò che si dice e ciò che si esprime.

Ispirato dal dramma Intérieur di Maurice Maeterlinck del 1895 e centrato sui temi del destino e della morte, così che anche questa opera dell’immaginario contribuisca al loro esorcismo, lo spettacolo è frutto della riscrittura da parte della compagnia Vanishing Point, e della drammaturga Pamela Carter che, come ci (a Sandra e a me) raccontava Damir Todorovic (uno degli attori e amico dai tempi di Motus), ha lavorato sulla ripulitura, sull’adattamento delle parole da non dire alle caratteristiche degli attori. E così l’efficacia dei gesti è data proprio dalla loro “naturalità” – senza naturalismo – che come sappiamo, a teatro, è molto spesso una conquista.

Un’ironia tutta anglosassone poi è quella che fa ballare una coppia a ritmo di Video Killed the Radio Star poco prima di lasciarsi, o che fa cantare in playback a Peter, il personaggio più anziano e padrone di casa, una canzone di Paul Young anche se poi scopriamo che sarà il primo di loro a morire da lì a qualche settimana… Insomma il presente e il destino incombente, l’ironia e il tragico. La vita che ci spetta.


Un’azione, la prima, per la danza e per l’arte contemporanea. C_A_P02inazione

novembre 22, 2010

Cosa ci fanno 16 danzatori “ammassati” su un piccolo ma ospitale palcoscenico di un altrettanto piccolo teatro, il Massari, di una piccolo paese della Romagna, San Giovanni in Marignano, di domenica pomeriggio? Danzano insieme, ognuno  la “sua” performance, si incrociano e quasi si scontrano, realizzando uno spettacolo corale e senza musica, se non quella dei loro movimenti e respiri, per dire una cosa semplice e chiara: mancano gli spazi per la danza contemporanea perché le “nostre” istituzioni sono miopi e disattente.

E’ da qui che è partita l’inziativa di ieri, 21 novembre 2010, ideata e coordinata dal collettivo c_a_p.

Lo scenario è quello della crisi del mondo in cui viviamo e dello stato della cultura italiana, si sa, ma che declinato sul nostro territorio, Rimini in particolare, assume i caratteri di una frustrazione diffusa che riguarda non soltanto gli artisti e gli operatori ma gli spettatori che per seguire teatro, danza, arte contemporanea (con la sua ricchezza e complessità) devono emigrare, sempre o quasi.

E’ da qui che si è partiti per riflettere un po’, loro (gli artisti) e noi (il pubblico e qualche operatore) sulle strategie e le azioni che potrebbero essere messe in campo per provare ad uscire, almeno un po’, da questa impasse.

1. Monitorare il pubblico che già va a teatro sui suoi gusti? Provare a “misurare” l’interesse e la curiosità verso la danza contemporanea così da avere in mano dei “numeri” che convincano gli amministratori? Eppure l’idea della pluralità dell’informazione e della segmentazione dei pubblici, che piace tanto per la TV, dovrebbe riguardare a maggior ragione quelle manifestazioni culturali che potrebbero essere anche di nicchia. Sebbene le realtà dei festival e le buone pratiche di certi luoghi all’estero soprattutto dimostrino che poi tanto di nicchia l’interesse per il contemporaneo non è.

2. Proporre progetti educativi, a base volontaria se proprio non si può fare di meglio, da portare nelle scuole? Non basta che Amici sdogani la danza, o anche quella che ne potrebbe essere una remota idea, per formare degli spettotori attenti. Piuttosto servirebbe spostare l’attitudine abbastanza evidente al “fare” prima che al sapere verso il piacere ritrovato dello stare a guardare.  Non solo workshop allora ma educazione alla spettatorialità al di là del pregiudizio legato all’idea del “dover capire” di matrice razionale (lineare, narrativa) e trasmissiva (tipo emittente-ricevente, stimolo-risposta) che anche i giovani sono costretti a portarsi dietro.

3. La pubblicità non convenzionale ha attinto a mani basse dagli artisti perciò non si offenderà se gli artisti, che il non convenzionale ce l’hanno nel dna, riutilizzano le forme del guerriglia marketing, dell’ambient, del virale per esporre idee, creare incidenti artistici sul territorio “reale” e sul territorio “reale mediale” che, ormai lo sappiamo, supporta e non smonta la irriducibile dimensione dal vivo anche se non è più la fonte unica di fruizione dell’arte e dello spettacolo.

Senza contare inoltre che il cambiamento del senso della posizione nella comunicazione legato alle logiche del web ci abitua a pensarci come generatori di contenuti e a innescare circuiti utili alla diffusione di materiali, notizie, cose da vedere, da leggere, e così via. Utili, se non si fosse ancora capito, anche alla promozione dell’attività spettatoriale.

Intanto si sono formati i nodi di una rete che mi auguro riesca a svilupparsi, cosa che succederà soltanto se la giornata di ieri non sarà una parola vuota.


Il piacere della differenza. Una piccola mostra di maschere africane la può fare

giugno 20, 2010

Sono belle e simbolicamente pregnantissime le maschere africane e gli altri oggetti rituali delle popolazioni stanziali dell’Africa. Parlano di archetipi e di mitopoiesi, cioè dei processi necessari al mantenimento delle forme comunitarie delle società primitive a struttura segmentaria, laddove la struttura clanica, a seconda delle zone, poteva essere patri o matrilineare, dove la gerarchia dei poteri dipendeva dall’età, da lì quindi il senso dei riti di passaggio ad esempio. Ci parlano del rapporto con il sacro e con la natura, della rigida distinzione dei generi dove l’uomo lavorava i materiali duri e la donna quelli morbidi, uno costruiva e l’altra decorava perché depositaria del “bello” ma dove capiamo anche che i riti di circoncisione ed escissione sono serviti per segnare la differenza in esseri inizialmente ermafroditi. Si vedono, nelle maschere e negli oggetti, i segni del maschile e del femminile, gli animali e gli oggetti che li rappresentano da cui gli artisti “moderni” hanno attinto. Questi oggetti, bellissimi, non sono opere d’arte, se non per una ricostruzione ex post tutta della comunicazione, poiché il loro valore dipendeva dall’uso. Efficacia simbolica. Una volta compiuto il loro compito infatti venivano “disattivati” e dispersi nella foresta dove potevano cedere la loro energia e farla rientrare nel circolo della natura e del tempo cosmico.

Queste alcune cose che mi restano in mente dopo aver visto – e aver parlato un po’ con la bravissima curatrice – quasi per caso (anzi non ne avevo neanche tanta voglia là per là) una piccola mostra che si chiama animAfrica al Palazzo del Turismo di Riccione, fino al 24 giugno allestita in concomitanza con il premio Ilaria Alpi che quest’anno titola La realtà senza schermo.

Ma mi resta soprattutto la differenza con il paesaggio riccionese da sabato sera orario aperitivo nel quale le mie amiche ed io ci siamo ritrovate con un certo senso di disagio all’uscita dalla mostra. Quando i fenomeni vivi ti fanno capire il significato dei concetti che pratichi nel tuo mestiere. Poi, visto che Morin ha sempre ragione, sono andata a cena con gli amici e mi sono divertita.


Per Pasqua il blog vive di vita propria. Bilanci a parire da un vecchio post.

aprile 1, 2010

L’anno scorso, di questi tempi, scrivevo il post sul Gesù di Nazareth di Zeffirelli. L’intento era quello, in accordo con la linea del blog nel suo complesso, di buttare giù qualche idea sull’immaginario e sul modo in cui a mio avviso quel particolare prodotto culturale ha segnato una certa forma di rappresentazione della figura di Cristo nonché una forma di affezione verso quell’immagine. Da noi. Territorialità e meta-territorialità dell’immaginario per farla breve.

Bene. Da allora il post ha ricevuto 419 commenti. Un successone per quanto mi riguarda. Se non fosse che la maggior parte dei commenti abbia preso una deriva che, apparentemente, non c’entra più niente con il post originario. Sembra essere insomma diventato un pretesto, un luogo di accoglienza, per chi evidentemente ha voglia di esprimere il suo credo religioso o per chi trova una buona occasione per criticarlo. La semantica religiosa ha avuto la meglio sulla lettura comunicazionale che ne avevo dato io.

Slogan accorati e insulti (da una parte e dall’altra) si avvicendano in una sorta di thread che mi ha quasi appassionato.

La comunicazione non ci appartiene. Una volta lanciata come “atto del comunicare” non può che sganciarsi – autosollevarsi (bootstrap) – per essere attualizzata nella “compresione” e di conseguenza nella produzione di “informazione” del singolo lettore. Il circuito si attiva così in maniera autonoma e va per conto suo. Un meccanismo sempre affascinante devo dire.

Mi chiedo: ci saranno dei blog a sfondo religioso, dei luoghi in cui credenti da un lato e non credenti dall’altro possano ribadire e difendere le loro idee. Ma allora perché è successo proprio qui? A partire da una piccola riflessione, anche ironica, su una serie televisiva? Mi viene da pensare, e si chiude il cerchio, che proprio quel film lì, nell’immaginario nostrano, sia stato capace di rappresentare uno scenario efficace. Efficace dal punto di vista simbolico.


Stalking, quando la semantica dei media va a segno

ottobre 5, 2009

attrazionefatale

Chi l’avrebbe mai detto che la parola stalking e il riconoscimento anche giuridico del fenomeno sarebbero rientrati nel mainstream e nel linguaggio comune? Bè lo avevano detto i media che si sono inventati una parola d’effetto per descrivere quanto la psichiatria cominciava a definire come una particolare patologia della relazione. Chi ha letto L’amore fatale di McEwan ricorderà, oltre la storia, l’appendice sulla sindrome di de Clerambault, che faceva luce su questo tipo di fenomeno. Di grande appeal anche per il cinema. Tanto per citare un film: Attrazione Fatale. Ma ce ne sono anche altri. Senza contare poi che le prime “vittime” dello stalking sono le star e i personaggi famosi, dal caso celeberrimo della Hingins a Madonna, il che appunto fa di questo fenomeno un tema ghiottissimo per i media e per i suoi criteri di notiziabilità anche quando riguarda la gente comune. Ne ho scritto anche io grazie all’opportunità – dall’amico Gian Maria Galeazzi e Paolo Curci dell’Università di Modena e Reggio che se ne occupavano da tempo insieme agli esperti delle università straniere – che mi è stata data addirittura nel 2004, di studiare e osservare un po’ la cosa. I risultati si trovano nel volume Stalking e nel congresso internazionale tenutosi a Modena.

Oltre alla dimensione mediale – e alla semantica dello stalking che ne deriva – l’aspetto interessante è dato dal carattere relazionale della patologia. Cioè dal modo in cui si connota comunicazionalmente: tant’è che – così come succede per la comunicazione – è il destinatario delle attenzioni dello stalker che fa emergere lo stalking. Come dire: finché non c’è la percezione vittimologica, l’auto-osservazione di sè come vittima (cioè la comprensione della differenza fra atto del comunicare e informazione) non c’è reato, non c’è stalking.

Ecco allora che se adesso la possibilità dello stalking si trasferisce su Facebook, dalla notizia di oggi che ha ispirato questo post, i conti teorici ed empirici non possono che tornare.

Solo spunti. I post mi piacciono corti.


Balance

agosto 3, 2009

equilibrista

credit foto qui

Non è che si colleghino molto le cose che sto per dire ma in queste giornate di bellissimo caldo e di fantastico sole mi sono trovata a pensare al bisogno di equilibrio.

Le mosse prendono il via dal caso di Catherine Bailey, l’avvocatessa inglese che si è uccisa qualche giorno fa. In un commento su ilSole24Ore che non ho più trovato si parlava della ricerca di un life-balance (non credo che l’espressione sia proprio questa) che permetta alle persone, e in particolare alle donne che tengono famiglia, di conciliare ed equilibrare appunto il coinvolgimento attivo nei diversi ambiti della propria vita sociale e dell’esistenza personale. Questioni di inclusione insomma.

Sempre di equilibrio mi sembra che per certi versi parli anche il post di danah boyd sulle vacanze e sui modi con cui si tende a registrare e condividere ossessivamente i ricordi. E’ interessante perché fa presente come i meccanismi di creazione di una memoria da condividere su eventi come le proprie vacanze rimandi a vari processi che conosciamo tutti molto bene (magari perché a volte li subiamo nostro malgrado): riprendere e fotografare ossessivamente, condividere con gli altri la profusione di immagini generate e che riguardano il passato. Con piattaforme come twitter invece si tende a condividere il momento, quello che si sta vedendo o facendo. Discutibile? Può darsi.

Can we please have a moment of silence for the power of costraint? Kthx. The issue with recording and sharing in contemporary society is that is far far far too easy to go everboard. This where we struggle to find balance. Just because you can share every detail doesn’t mean you necessarily should.

Ecco perché le discussioni al baretto della spiaggia con gli amici refrattari verso l’uso dei SSN e del famigerato FB, e io che sono scarsissima mi trovo a fare il difensore d’ufficio, tendono poi a dirottare verso un argomento che più o meno soddisfa tutti e cioè l’equilibrio. Stare un po’ nelle conversazioni significa accettare che l’inclusione sociale passi anche da lì. Non significa raccontare tutto di sè, mettere necessariamente in piazza i fatti propri (poi magari leggersi Chi sul lettino perché rilassa). E non significa privilegiare relazioni di superficie su quelle profonde face to face. Senza contare che adduco altri argomenti in difesa: tipo l’approfondimento di certe informazioni, la loro reperibilità, ecc.

Però è anche vero che poi sono io la prima a innervosirsi quando viene perso, secondo parametri che non possono che essere soggettivi, quel certo equilibrio che male non fa. Avere delle possibilità non significa percorrerle tutte per forza. Possiamo anche privilegiare la selezione sul rinvio. Lo dice anche la boyd.


Appunti su Santarcangelo. Quali pubblici connessi per il teatro?

luglio 14, 2009

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Mi ha fatto piacere essere invitata da Silvia Bottiroli all’incontro con operatori, artisti, studiosi avente come tema il “format” festival. Quello che personalmente ne ricavo – e che è un po’ quello cui ho cercato di agganciarmi io quando ho chiesto la parola – è un ragionamento sul teatro, il pubblico, i media.

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O meglio: la proliferazione di festival e di eventi non mi rimanda per forza a un modello di fruizione televisiva, nel senso di passiva (a partire dall’Assessore Ronchi). Primo perché abbiamo a disposizione una teoria della comunicazione che ci spiega come le cose non stiano necessariamente in questi termini (vedi: informazione come auto-produzione cognitiva), secondo perché la partecipazione ai festival mette in campo un interesse della gente verso la conoscenza (verso la quale a volte non è male mettersi “soltanto” in ascolto) e non solo il presenzialismo a tutti i costi.

Nel caso di un festival di teatro – come quello di Santarcangelo – ci sono però elementi come la radicalizzazione nel territorio – così come ha sottolineato Enzo Pezzella anche in relazione alla sua esperienza in Belgio se non ho capito male – che permettono una drammaturgia della città funzionale alla relazione fra spettatore ed evento cui partecipa. Questo per me è un aspetto interessante se e qualora si integra alla dimensione meta-territoriale dell’attività spettatoriale basata sulla logica e sostenuta dalla rete. Nel mio piccolo mi sono permessa di richiamare gli operatori a monitorare “il cambiamento di senso della posizione nella comunicazione” ormai avviato. Come dire: bisogna tenere in debito conto il cambiamento che in generale riguarda le audience.

Lo spettatore di un festival come quello di Santarcangelo fa parte più o meno di un pubblico non dico esperto, neanche io lo sono, ma interessato. Che ha una certa “competenza comunicativa” che non significa “che ne sa” ma che sa come orientarsi a questo genere di evento, a scegliere gli spettacoli da vedere e come vederli. Ma non basta.

La spettatorialità è un’attività che si sviluppa e che continua al di là della localizzazione territoriale e del tempo di un festival e che può rilocalizzarsi nella rete attraverso le forme di conversazione – sui network – intorno al festival, agli spettacoli visti (perché la dimensione dal vivo è una cifra indispensabile qui), agli artisti che si sono aprezzati (o meno) e che rende spettatore anche chi non c’era. Ma che potrebbe esserci o che ci sarà virtualmente (cioè: in altri tempi, luoghi, occasioni). Dove, non sottovalutiamolo, esprimendosi si mettono in gioco reputazione e pertinenza.

Non si tratta tanto di usare creativamente la creatività del pubblico o il web 2.0 – il caso di YouDrama di cui ha parlato Giorgia Penzo anche se molto interessante – ma di monitorare i processi comunicativi spontanei che riguardano il teatro e il rapporto performer/spettatore che pur evolvendo nella revisione del rapporto agire/esperire e dei pubblici connessi non toglierà, ce lo auguriamo, all’artista il suo valore e la sua funzione.


Guerriglia di pace. Una performance outdoor per il Festival del cinema di Pesaro.

giugno 20, 2009

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foto: http://www.flickr.com/photos/stranamentepics/3640720941/in/set-72157619874693655/

Fra le varie cose che ereditiamo dalle Avanguardie artistiche c’è un certo modo di usare la performance. Di adattare cioè ai contenuti della comunicazione odierna – quindi anche e con ottime… performance (!) l’advertising - le forme dal vivo dell’arte “comportamentale”. Quella fatta di azione, gesto dirompente, corpo e cose in scena, occupazione dello spazio pubblico, della piazza, della strada.

L’azione di guerrilla “andata in scena” prima a Pesaro, sede della Mostra internazionale del nuovo cinema di Pesaro (alla sua 45° edizione) poi a Rimini e Fano è adeguata non solo a dimostrare che i giovani creativi (e bravi performer come Scarpiello e Petrolani) esistono – che poi sarebbe già tanto – ma che l’urgenza della comunicazione dal vivo è in sintonia con l’evoluzione della comunicazione e con le forme dei social media. Un sistema che si complessifica, ad esempio dal punto di vista delle tecnologie e della rete, infatti non vede tanto sparire o affievolire le forme tradizionali ma ne potenzia l’efficacia e il rapporto (come il cinema e il teatro in questo caso).

Una semplice lettura performativa dell’azione vista a Rimini: la rappresentazione del conflitto che porta alla costruzione di una barriera fra Israele e Palestina – “incarnate” nei simboli indossati dai due performer – si trasforma con il muro attraversato dalla pellicola nella rappresentazione di uno spazio liminale, di soglia, fra due verità che il cinema fa incontrare (“il cinema supera tutte le barriere” appunto). Ci era già piaciuta l’idea. La realizzazione non è per niente da meno.


Prima fare e poi osservare.

maggio 28, 2009

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Che cosa spinge dei ”ragazzi di oggi” (sì cito Louis Miguel, e allora?) a ritenersi creativi? Me lo chiedo perché quando frequentavo il liceo artistico non ricordo di essermi mai autopercepita in questi termini. Ma non parliamo di me. Mi sembra però che ci sia un nesso fra quanto ho letto nel divertente e utile libro di Francesco Bonami Lo potevo fare anch’io. Perché l’arte contemporanea è davvero arte e quanto ho ascoltato da alcuni nostri studenti e anche in altre occasioni a dir la verità. E’ una questione su cui ho cominciato a riflettere per scrivere un articolo e insomma per questi motivi sono sempre più confusa.

Sembrerebbe che la capacità creativa e artistica si alimenti da sola, attraverso il fare prima ancora che attraverso l’osservare, il lasciarsi perturbare dalle cose e dalle produzioni della cultura (alta o bassa che sia per usare una vetusta distinzione). Soprattutto del contemporaneo. Come se questo – l’arte e la sua originaria contemporaneità – non fossero uno specchio riflessivo, e quindi deformante, sul mondo e su di noi. Se è vero, come è vero (e anche buono e giusto) che la posizione nella comunicazione – e in questo senso anche nell’arte e nella creatività artistica – si fa via via performativa nei termini di un processo “attivo” sostenuto dall’evoluzione stessa della comunicazione è pur vero che siamo all’interno di un processo ricorsivo, fatto di comportamenti recuperati. Dal niente e dal vuoto delle idee non può mica nascere niente. Lo spiega bene e ironicamente Bonami che non è tanto vera l’affermazione “lo potevo fare anche io”. Tu non l’hai fatto e nemmeno io purtroppo. E che le idee nascono non tanto nella solitudine della propria cameretta ma da casualità fortunate, pensiamo a Pollock, che però devono essere colte (sia nel senso di raccolte sia nel senso di “basate sulla conoscenza”). In questo caso, tra l’altro, si comprende anche dove possa risiedere la dimensione “social” della creatività.

Certo è che Bonami, dall’autorevolezza della sua posizione, può dare voce a tutti coloro che in qualche modo apprezzano l’arte contemporanea senza dover sempre spiegare perché. Un po’ come la Littizzetto quando ci fa giustizia, soprattutto a noi donne. Allora possiamo dire che Guttuso e Depero sono sopravvalutati, che Barney è bravo anche se non piace a tutti, che Murakami è un altro genio pop come Wharol, e così via.

Ah, l’immagine è di Jeff Koons quello che è stato sposato con Cicciolina.


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