Stalking, quando la semantica dei media va a segno

Ottobre 5, 2009

attrazionefatale

Chi l’avrebbe mai detto che la parola stalking e il riconoscimento anche giuridico del fenomeno sarebbero rientrati nel mainstream e nel linguaggio comune? Bè lo avevano detto i media che si sono inventati una parola d’effetto per descrivere quanto la psichiatria cominciava a definire come una particolare patologia della relazione. Chi ha letto L’amore fatale di McEwan ricorderà, oltre la storia, l’appendice sulla sindrome di de Clerambault, che faceva luce su questo tipo di fenomeno. Di grande appeal anche per il cinema. Tanto per citare un film: Attrazione Fatale. Ma ce ne sono anche altri. Senza contare poi che le prime “vittime” dello stalking sono le star e i personaggi famosi, dal caso celeberrimo della Hingins a Madonna, il che appunto fa di questo fenomeno un tema ghiottissimo per i media e per i suoi criteri di notiziabilità anche quando riguarda la gente comune. Ne ho scritto anche io grazie all’opportunità – dall’amico Gian Maria Galeazzi e Paolo Curci dell’Università di Modena e Reggio che se ne occupavano da tempo insieme agli esperti delle università straniere – che mi è stata data addirittura nel 2004, di studiare e osservare un po’ la cosa. I risultati si trovano nel volume Stalking e nel congresso internazionale tenutosi a Modena.

Oltre alla dimensione mediale – e alla semantica dello stalking che ne deriva – l’aspetto interessante è dato dal carattere relazionale della patologia. Cioè dal modo in cui si connota comunicazionalmente: tant’è che – così come succede per la comunicazione – è il destinatario delle attenzioni dello stalker che fa emergere lo stalking. Come dire: finché non c’è la percezione vittimologica, l’auto-osservazione di sè come vittima (cioè la comprensione della differenza fra atto del comunicare e informazione) non c’è reato, non c’è stalking.

Ecco allora che se adesso la possibilità dello stalking si trasferisce su Facebook, dalla notizia di oggi che ha ispirato questo post, i conti teorici ed empirici non possono che tornare.

Solo spunti. I post mi piacciono corti.


Balance

Agosto 3, 2009

equilibrista

credit foto qui

Non è che si colleghino molto le cose che sto per dire ma in queste giornate di bellissimo caldo e di fantastico sole mi sono trovata a pensare al bisogno di equilibrio.

Le mosse prendono il via dal caso di Catherine Bailey, l’avvocatessa inglese che si è uccisa qualche giorno fa. In un commento su ilSole24Ore che non ho più trovato si parlava della ricerca di un life-balance (non credo che l’espressione sia proprio questa) che permetta alle persone, e in particolare alle donne che tengono famiglia, di conciliare ed equilibrare appunto il coinvolgimento attivo nei diversi ambiti della propria vita sociale e dell’esistenza personale. Questioni di inclusione insomma.

Sempre di equilibrio mi sembra che per certi versi parli anche il post di danah boyd sulle vacanze e sui modi con cui si tende a registrare e condividere ossessivamente i ricordi. E’ interessante perché fa presente come i meccanismi di creazione di una memoria da condividere su eventi come le proprie vacanze rimandi a vari processi che conosciamo tutti molto bene (magari perché a volte li subiamo nostro malgrado): riprendere e fotografare ossessivamente, condividere con gli altri la profusione di immagini generate e che riguardano il passato. Con piattaforme come twitter invece si tende a condividere il momento, quello che si sta vedendo o facendo. Discutibile? Può darsi.

Can we please have a moment of silence for the power of costraint? Kthx. The issue with recording and sharing in contemporary society is that is far far far too easy to go everboard. This where we struggle to find balance. Just because you can share every detail doesn’t mean you necessarily should.

Ecco perché le discussioni al baretto della spiaggia con gli amici refrattari verso l’uso dei SSN e del famigerato FB, e io che sono scarsissima mi trovo a fare il difensore d’ufficio, tendono poi a dirottare verso un argomento che più o meno soddisfa tutti e cioè l’equilibrio. Stare un po’ nelle conversazioni significa accettare che l’inclusione sociale passi anche da lì. Non significa raccontare tutto di sè, mettere necessariamente in piazza i fatti propri (poi magari leggersi Chi sul lettino perché rilassa). E non significa privilegiare relazioni di superficie su quelle profonde face to face. Senza contare che adduco altri argomenti in difesa: tipo l’approfondimento di certe informazioni, la loro reperibilità, ecc.

Però è anche vero che poi sono io la prima a innervosirsi quando viene perso, secondo parametri che non possono che essere soggettivi, quel certo equilibrio che male non fa. Avere delle possibilità non significa percorrerle tutte per forza. Possiamo anche privilegiare la selezione sul rinvio. Lo dice anche la boyd.


Appunti su Santarcangelo. Quali pubblici connessi per il teatro?

Luglio 14, 2009

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Mi ha fatto piacere essere invitata da Silvia Bottiroli all’incontro con operatori, artisti, studiosi avente come tema il “format” festival. Quello che personalmente ne ricavo – e che è un po’ quello cui ho cercato di agganciarmi io quando ho chiesto la parola – è un ragionamento sul teatro, il pubblico, i media.

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O meglio: la proliferazione di festival e di eventi non mi rimanda per forza a un modello di fruizione televisiva, nel senso di passiva (a partire dall’Assessore Ronchi). Primo perché abbiamo a disposizione una teoria della comunicazione che ci spiega come le cose non stiano necessariamente in questi termini (vedi: informazione come auto-produzione cognitiva), secondo perché la partecipazione ai festival mette in campo un interesse della gente verso la conoscenza (verso la quale a volte non è male mettersi “soltanto” in ascolto) e non solo il presenzialismo a tutti i costi.

Nel caso di un festival di teatro – come quello di Santarcangelo – ci sono però elementi come la radicalizzazione nel territorio – così come ha sottolineato Enzo Pezzella anche in relazione alla sua esperienza in Belgio se non ho capito male – che permettono una drammaturgia della città funzionale alla relazione fra spettatore ed evento cui partecipa. Questo per me è un aspetto interessante se e qualora si integra alla dimensione meta-territoriale dell’attività spettatoriale basata sulla logica e sostenuta dalla rete. Nel mio piccolo mi sono permessa di richiamare gli operatori a monitorare “il cambiamento di senso della posizione nella comunicazione” ormai avviato. Come dire: bisogna tenere in debito conto il cambiamento che in generale riguarda le audience.

Lo spettatore di un festival come quello di Santarcangelo fa parte più o meno di un pubblico non dico esperto, neanche io lo sono, ma interessato. Che ha una certa “competenza comunicativa” che non significa “che ne sa” ma che sa come orientarsi a questo genere di evento, a scegliere gli spettacoli da vedere e come vederli. Ma non basta.

La spettatorialità è un’attività che si sviluppa e che continua al di là della localizzazione territoriale e del tempo di un festival e che può rilocalizzarsi nella rete attraverso le forme di conversazione – sui network – intorno al festival, agli spettacoli visti (perché la dimensione dal vivo è una cifra indispensabile qui), agli artisti che si sono aprezzati (o meno) e che rende spettatore anche chi non c’era. Ma che potrebbe esserci o che ci sarà virtualmente (cioè: in altri tempi, luoghi, occasioni). Dove, non sottovalutiamolo, esprimendosi si mettono in gioco reputazione e pertinenza.

Non si tratta tanto di usare creativamente la creatività del pubblico o il web 2.0 – il caso di YouDrama di cui ha parlato Giorgia Penzo anche se molto interessante – ma di monitorare i processi comunicativi spontanei che riguardano il teatro e il rapporto performer/spettatore che pur evolvendo nella revisione del rapporto agire/esperire e dei pubblici connessi non toglierà, ce lo auguriamo, all’artista il suo valore e la sua funzione.


Guerriglia di pace. Una performance outdoor per il Festival del cinema di Pesaro.

Giugno 20, 2009

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foto: http://www.flickr.com/photos/stranamentepics/3640720941/in/set-72157619874693655/

Fra le varie cose che ereditiamo dalle Avanguardie artistiche c’è un certo modo di usare la performance. Di adattare cioè ai contenuti della comunicazione odierna – quindi anche e con ottime… performance (!) l’advertising - le forme dal vivo dell’arte “comportamentale”. Quella fatta di azione, gesto dirompente, corpo e cose in scena, occupazione dello spazio pubblico, della piazza, della strada.

L’azione di guerrilla “andata in scena” prima a Pesaro, sede della Mostra internazionale del nuovo cinema di Pesaro (alla sua 45° edizione) poi a Rimini e Fano è adeguata non solo a dimostrare che i giovani creativi (e bravi performer come Scarpiello e Petrolani) esistono – che poi sarebbe già tanto – ma che l’urgenza della comunicazione dal vivo è in sintonia con l’evoluzione della comunicazione e con le forme dei social media. Un sistema che si complessifica, ad esempio dal punto di vista delle tecnologie e della rete, infatti non vede tanto sparire o affievolire le forme tradizionali ma ne potenzia l’efficacia e il rapporto (come il cinema e il teatro in questo caso).

Una semplice lettura performativa dell’azione vista a Rimini: la rappresentazione del conflitto che porta alla costruzione di una barriera fra Israele e Palestina – “incarnate” nei simboli indossati dai due performer – si trasforma con il muro attraversato dalla pellicola nella rappresentazione di uno spazio liminale, di soglia, fra due verità che il cinema fa incontrare (“il cinema supera tutte le barriere” appunto). Ci era già piaciuta l’idea. La realizzazione non è per niente da meno.


Prima fare e poi osservare.

Maggio 28, 2009

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Che cosa spinge dei ”ragazzi di oggi” (sì cito Louis Miguel, e allora?) a ritenersi creativi? Me lo chiedo perché quando frequentavo il liceo artistico non ricordo di essermi mai autopercepita in questi termini. Ma non parliamo di me. Mi sembra però che ci sia un nesso fra quanto ho letto nel divertente e utile libro di Francesco Bonami Lo potevo fare anch’io. Perché l’arte contemporanea è davvero arte e quanto ho ascoltato da alcuni nostri studenti e anche in altre occasioni a dir la verità. E’ una questione su cui ho cominciato a riflettere per scrivere un articolo e insomma per questi motivi sono sempre più confusa.

Sembrerebbe che la capacità creativa e artistica si alimenti da sola, attraverso il fare prima ancora che attraverso l’osservare, il lasciarsi perturbare dalle cose e dalle produzioni della cultura (alta o bassa che sia per usare una vetusta distinzione). Soprattutto del contemporaneo. Come se questo – l’arte e la sua originaria contemporaneità – non fossero uno specchio riflessivo, e quindi deformante, sul mondo e su di noi. Se è vero, come è vero (e anche buono e giusto) che la posizione nella comunicazione – e in questo senso anche nell’arte e nella creatività artistica – si fa via via performativa nei termini di un processo “attivo” sostenuto dall’evoluzione stessa della comunicazione è pur vero che siamo all’interno di un processo ricorsivo, fatto di comportamenti recuperati. Dal niente e dal vuoto delle idee non può mica nascere niente. Lo spiega bene e ironicamente Bonami che non è tanto vera l’affermazione “lo potevo fare anche io”. Tu non l’hai fatto e nemmeno io purtroppo. E che le idee nascono non tanto nella solitudine della propria cameretta ma da casualità fortunate, pensiamo a Pollock, che però devono essere colte (sia nel senso di raccolte sia nel senso di “basate sulla conoscenza”). In questo caso, tra l’altro, si comprende anche dove possa risiedere la dimensione “social” della creatività.

Certo è che Bonami, dall’autorevolezza della sua posizione, può dare voce a tutti coloro che in qualche modo apprezzano l’arte contemporanea senza dover sempre spiegare perché. Un po’ come la Littizzetto quando ci fa giustizia, soprattutto a noi donne. Allora possiamo dire che Guttuso e Depero sono sopravvalutati, che Barney è bravo anche se non piace a tutti, che Murakami è un altro genio pop come Wharol, e così via.

Ah, l’immagine è di Jeff Koons quello che è stato sposato con Cicciolina.


La comunicazione dal vivo non muore mai purché…

Dicembre 6, 2008

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… sappia, come sa fare, mettere insieme drammaturgicamente elementi e vocazioni dei linguaggi mediali e, parola che torna buona, i diversi canali della comunicazione nel senso della loro convergenza. Penso alla voce, al canto, al sonoro (musica, suoni, elettronica, ritmo)  di Madrigale appena narrabile della Sociétas Raffaello Sanzio/Chiara Guidi.

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Penso alla forma narrativa e di dialogo del teatro e in particolare al township play Sizwe Banzi est mort di Peter Brook, esempio interessante per la riflessività di un genere drammaturgico che riguarda la vita delle comunità nere urbane del Sudafrica e il tema dell’apartheid.

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Ancora il linguaggio e il testo poetico (Tommaso Landolfi in questo caso) ma anche la corporeità e la sollecitazione dei sensi (esplosioni di luci e di suoni) per un pubblico ingabbiato e ostaggio (quasi volontario) nell’Amore (2 atti) di Fanny & Alexander.  

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Tableaux vivent e scenografia per una corale al maschile, suggestioni letterarie oltre il testo di base, canto, musica, linguaggio dei sordomuti come danza e contenuto, rumori e fragori, costumi di scena. Mi sembra questo l’aspetto mediale del bellissimo Moby Dick di Antonio Latella. Non solo Melville dunque ma Dante, Shakespeare in una drammaturgia necessaria a lavorare di mente perchè Moby Dick è una metafora. Achab sta nella sua stanza che si apre e illumina “come se” fosse uno schermo. E poi performance attorali da ricordare. Giorgio Albertazzi, un maestro della scena contemporanea mi viene da dire.

 

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Penso ad Activation of the Large Hardon Collider di Second Front su Uqbar. Modalità di trasferimento su altro supporto – che in questo caso è il mondo online di Second Life – che è una delle strategie messe in campo dal teatro per mostrare la sua vitalità. Si sa. Il gioco con gli avatar partecipanti implicati in chat, resi attori nell’esplosione di immagini fino a precipitare di sotto e trovarsi a battagliare con gli altri avatar usando proiettili-matitoni in quella deriva ludica che sappiamo collocare nel continuum efficacia-intrattenimento della performance.

Insomma “forme-formanti” che mi fanno pensare a un libro appena comperato, alle parole e ai ragionamenti che ho potuto ascoltare pochi giorni fa e su cui ritornerò.


L’immaginario meta-territoriale di Studio Azzurro

Novembre 23, 2008

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Mea culpa. Mi sono persa l’intervento di Alberto Abruzzese, e anche altro (ad esempio Andrea Pollarini), a Indicativopresente. Trendwatchers in festival. A Rimini, 21 e 22 novembre 2008. Iniziativa molto interessante della Scuola Superiore del Loisir e degli Eventi di Comunicazione.

Non mi sono persa però Paolo Rosa, che ha ricevuto il premio Gianni Fabbri, e il suo racconto in 5 mosse dell’esperienza di Studio Azzurro. Come sempre tento un resoconto parziale, per parole e passaggi chiave utili a mettere insieme alcuni dei frammenti che provo a far circolare in questo blog.

Studio Azzurro è un autore plurale (più ancora che collettivo, ma siamo vicini al concetto). Il suo lavoro artistico emerge dalla tecnologia sebbene la sua genetica non sia poetica. Qualche esempio.

Vedute. Quel tale non sta mai fermo, del 1985. Videoambiente allestito a Palazzo Fortuny di Venezia con le telecamere che riprendendo l’esterno, e con il senso di attesa che restituiscono, si integrano, all’interno, al cromakey in diretta, monitor in semicerchio mi pare e immagini video con personaggi che passano da uno schermo all’altro. Testo di Sergio Leone, musica di Piero Millesi, collaborazione (di quegli anni e cifra di quei lavori) con Barberio Corsetti. Quindi: imprinting narrativo e vocazione all’abito teatrale, proprio per il tipo di scenario costruito e nel gioco con lo spettatore (ripreso mentre passa o entra nel palazzo). Ma anche immaginario cinematografico, combinazione con lo stare in scena degli spettatori, combinazione dei linguaggi del teatro e del cinema appunto. Contro una certa tendenza artistica che Rosa chiama postmoderna qui l’idea è quella di creare un dialogo, montare e non smontare un racconto. Per un pubblico che non deve essere spcialistico.

Il giardino delle cose, 1992. Dal racconto del custode delle vestigia di Delfi, che lamenta il comportamento irrispettoso dei turisti che non colgono il pulsare della vita che sta nelle statue, nelle anfore, ecc., dalla performance teatrale con Moni Ovadia all’installazione. In questo caso il lavoro è sull’inversione del rapporto fra visibile e invisibile, la tecnologia quella della telecamera a infrarossi, temica e tarata sul calore delle mani che passando sugli oggetti li rendono visibili. Opera che si qualifica come un appello del senso, della selezione sul rinvio: estrarre dal flusso delle immagini per conservare quelle che uno ritiene più preziose a partire dall’esperienza; lavorare sull’immaterialità a partire dalla materialità: come si lavora sull’invisibile? Cosa rimane con la temporaneità? Il passaggio è quello che va dalla civiltà del mettere a quella del levare, non oggetti che persistono a tutti i costi ma che stanno per il tempo che devono stare a meno che non ci siano ragioni valide per farle persistere. Come pratica che si oppone alla merce; qui è la tattilità che conta, non il vedere ma il toccare.

E si arriva ai lavori interattivi a cominciare da un classico: Tavoli. Perchè queste mani mi toccano? Interfacce naturali per l’attivazione degli spettatori da osservare non tanto dal punto di vista antropologico quanto performativo: più bello è il gesto dello spettatore che tocca più è rivelatore del farsi esperienza della forma delle cose, a partire cioè dalla relazione che genera. Da oggetto fatto da una persona a oggetto partecipato.

Così come succede a una statua africana, oggetto condiviso dalla ritualità della comunità, feticcio rielaborato dalla partecipazione di chi aggiunge una cosa, poi un’altra… Come si innesca oggi un rito civile, dall’avvio dell’artista alla partecipazione? Il problema è quello di non cadere nella progettazione di comportamenti, nell’induzione della gestualità che deve invece essere imprevedibile, resiliente.

Infine l’attività di allestimento museale. Il Museo della mente di Roma, il caso del Museo della resistenza a Sarzana, a partire dall’esigenza dei promotori di non basarsi sulle nostalgie ma sull’esperienza. Il museo oggi è come un ciclo di affreschi di un tempo, dove c’è sì un committente ma la ricerca artistica resta libera. Liason con il territorio, possibilità di vivere anche la fisicità dell’esperienza (oltre e insieme al trasferimento sui supporti mediali ovviamente); centralità dei processi collaborativi (cultura del dono supportata dalla rete); costruzione e definizione di un progetto museale fra lettura e memoria. La radice dell’arte riguarda l’oscillazione fra futuro e memoria contro l’idea del contemporaneo (e richiama Derrida) per dire che l’arte è attiva nel presente grazie al suo anacronismo. Che non contraddice però il fatto che sia chiamata a essere sensibile alle emergenze del nostro tempo.

La mia domanda è sull’interesse di Studio Azzurro verso i contenuti generati dagli utenti. La risposta: centralità della partecipazione ma selezione dei contributi. Aspettiamo il libro di Paolo Rosa per capire meglio.

Tutte queste cose le hanno sentite circa 15 persone di cui mi pare di aver contato al massimo 5 studenti. Ma, anzi mah, era sabato, ora di pranzo.

Non mi sono persa nemmeno Mario Lupano e Paolo Fabbri. Ma serve un altro post per parlarne. Questo è già troppo lungo.


Le nostalgie di un vecchio barbagianni. Pasquale Barbella e il senso della comunicazione

Novembre 19, 2008

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E’ la strategia retorica di un comunicatore esperto come Pasquale Barbella autodefinirsi “vecchio barbagianni” per parlare alla giovane – e alla meno giovane – platea formata dagli studenti di Scienze della Comunicazione e dei corsi di pubblicità, a Pesaro.

Una lezione di vita oltre che di comunicazione, pubblicità e immaginario che ha avuto fra i vari meriti quello di delegittimare il valore della “furbizia” a tutti costi, perché non è necessariamente l’attitudine necessaria a farsi strada nella vita. In generale. Meglio puntare sullo studium, cioè sulla passione.

Qualche altro passaggio chiave, visto che gli interessati (ad esempio chi ha lavorato con lui come Roberta) hanno seguito sul twitter di Giovanni, per ricordare che la funzione sociale della pubblicità all’epoca del boom economico è stata quella di fare emergere una semantica – Barbella dice idioma – del benessere che ha influito sulla messa a punto dei nuovi comportamenti, di superare le durezze del passato. Uno come lui ha scelto quel mestiere perché: “anche io volevo incidere nel mio piccolo in quel processo di cambiamento”.

Importanza della pop culture, l’esempio dell’Olivetti come fusione di tecnologia e umanesimo, il design italiano fino agli anni ‘70, esposto al MoMa tanto per capirsi. Storia dell’illistrazione dal dinamismo di Cappiello, alla storia allusa nel primo manifesto senza figure umane di Dudovich per la Borsalino, fino alla genialità di Munari e il catologo imbullonato di Depero. Fino a Obey. Per dire che: “la pubblicità non è un’arte ma il piacere dell’arte resta nella pubblicità”. L’arte infatti sviluppa il pensiero laterale, cioè quello creativo, necessario per trovare soluzioni.

La cultura è un “meraviglioso giocattolo” da smontare per cogliere il continuum che si snoda nel tempo e nello spazio. Il comunitore, dal canto suo, è un operatore culturale, che sa costruire una visione del mondo senza luoghi comuni. Valore dell’indignazione: “fatti non foste per viver come bruti…”. Sì alle competenze ma non alla superspecializzazione: comunicare vuol dire che in questo senso crearsi conoscenza sempre nuova.

Pasquale Barbella è un istigatore al piacere. In questo momento di cambiamento tocca inventare un nuovo linguaggio. I giovani possono farcela anche per noi.


Bios e Logos. Le voci di Màntica cantano il Paradiso

Novembre 14, 2008

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Il festival Màntica. Esercizi di voce umana si sta svolgendo in questi giorni. La sede è quella del Teatro Comandini di Cesena. Si sviluppa fra laboratori, spettacoli, performance e ascolti di voci esemplari.

Quello che ho colto dalla presentazione, in sintesi: il desiderio è il luogo comune della ricerca artistica. In questo caso si tratta non tanto di impostare una metafisica della voce quanto seguire la tensione della voce come bios, che viene prima della parola e che continua con la musica. Il suono. Che si carica di una parte emotiva (temperatura della voce). Una voce non può dire tutte le parole per cui si cerca la forma giusta delle parole che sono “colpi”. Ecco, il logos non deve intaccare il desiderio di disegnare attraverso la voce che sa, di suo, andare verso una direzione drammaturgica: la voce che mi seduce. C’è - dice Chiara Guidi – una drammaturgia che nasce da una voce che mi seduce, e la musica, fra le arti, è quella che manifesta in me in desiderio latente. E la voce sa anche essere un’ingiuria poiché denuncia la sua debolezza nel confornto del logos che – nella società letterata e nel moderno – ha sempre la meglio.

Màntica – spiega Silvia Bottiroli - è la logica di concertazione del festival stesso, nella struttura ritmica interna articolata e pensata nelle sue parti per trovare la sua mergenza più sensata.

Come prologo: Paradiso, installazione di Romeo Castellucci che chiude la trilogia della Divina Commedia, Chiesa di Santo Spirito a Cesena.

Il Paradiso è là dove la voce ammutolisce perché si vede qualcosa per cui la poesia deve tacere, le cose scritte – il Verbo? – non possono essere dette. Come sempre una spiazzamento. Là dove l’immaginario disegnato dalla commedia ci fa pensare a un abbaglio di luce qua ci troviamo a oltrepassare la soglia liminale di un pertugio nero per entrare nel buio ancora più nero. Cade come una cascatella di acqua dall’alto – simbolo di vita, di morte o di entrambe? – e una figura in video di uomo, un mezzobusto, che sembra incastrato ci fa pensare: il Paradiso va conquistato con fatica? Oppure è un’idea da cui liberarsi? Non lo so proprio.

Capisco però che in tutta questa operazione ci trovo l’origine della performance: il bios, il rapporto fra corpo e  voce espresso dalla metafora (il polmone è un mantice) cioè l’oralità, il suono da cui nasce la rappresentazione. Poi c’è la parola, il teatro, il logos. La cultura letterata. Oggi, dove la cultura è digitale e la comunicazione tende verso il recupero della sua migliore dimensione sociale Màntica vuole essere anche immaginazione del futuro, la descrizione di quello che sarà. La sintesi sta nella natura umana e nell’armonia, anzi nella ricerca di una nuova solidarietà fra bios e logos.


Lezioni di comunicazione. Il teatro per Fanny & Alexander

Ottobre 30, 2008

Una vera lezione – soprattutto per me – quella di Chiara Lagani, ieri mercoledì 29 ottobre a Teatro e Spettacolo, Scienze della Comunicazione, Sociologia, Urbino.

La lezione sta nell’usare il teatro, e la ricerca della cosiddetta terza generazione, come strumento dell’arte e della riflessività, della comunicazione come contratto scenico che sta nella connessione fra parole chiave: attore, spettatore, spettacolo, testo, drammaturgia…

Il punto sta nel comprendere, da dentro, dalla viva voce e dall’esperienza di chi sperimenta il senso della performance, il “corpo” vero del teatro. Con la sua bravura di Chiara Lagani ci ha fatto entrare nel mistero di certi significati (i rimandi all’arte, come citazioni, al linguaggio, ai linguaggi e alle tecnologie, alle grammatiche, le dinamiche dello sguardo e dell’osservare osservazioni…) della poetica e della ricerca di Fanny & Alexander dove, mi sembra di capire, bios e logos trovano sempre una forma di solidarietà.