Giugno 30, 2008

L’articolo di Guido Castellano su Panorama sta ad indicare che l’arte di Second Life rientra nel circuito della comunicazione del sistema dell’arte. Dal punto di vista dell’analisi sociologica non è irrilevante osservare come siamo di fronte a qualcosa di informativo, non più e non solo delle riviste specializzate (Flash Art con Domenico Quaranta e non solo ne ha già parlato varie volte ad esempio). Detto altrimenti: l’arte di Second Life è un tema della comunicazione, e quindi è anche notiziabile. Si seguono Mario Gerosa e la programmazione della mostra Rinascimento Virtuale (allestita da Fabio Fornasari che non viene nominato però), i nomi per noi noti (da Marco Manray, a Gazira Babeli, a Roxelo Babenko), il rapporto con il mercato e le gallerie in RL… insomma quello che serve “da fuori” a farsi un’idea su un “nuovo” contesto della comunicazione e dell’arte.
Non manca - ma poteva mancare - il parere mainstream di Philippe Daverio che fa notare ai lettori come “le opere di bit non potranno sostituire mai quelle vere. I due generi sono destinati a convivere”.
In ogni caso, lo ribadisco, si riflette sul senso e sui modi dell’arte in Second Life, e la sfida cognitiva si fa sempre più interessante. Grazie anche a Specchi e Second Life che ci invita a continuare.
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Pubblicato da lgemini
Marzo 1, 2008


Magnitudini della performance è un saggio che dà anche il titolo a un volume di Richard Schechner. Riprendo questo titolo per ribadire l’esistenza di un filo rosso, sempre in evoluzione, fra una serie di eventi della comunicazione che si definiscono solo e soltanto nella relazione fra partecipanti co-produttivi, co-implicati. La logica è quella della comunicazione “dal vivo” in un senso ben più complesso del semplice faccia a faccia.
Ci pensavo in relazione alla performance Prophecy and Poetry in Second Life, grazie a Roxelo, e andando a vedere i lavori di Gazira Babeli. Passando per l’incontro con Moni Ovadia a Scienze della Comunicazione a Urbino e alla sua lezione sul teatro, rito laico, su Brecht in particolare e sul rapporto con il pubblico. E ancora Anna Karenina di Nekrosius, a Bologna. Lì mi veniva in mente anche Barthes e i miti dei giovane teatro: la fatica dell’attore, il suo sudore come piacere ultimo per lo spettatore. Ma che dire della fatica anche fisica dello spettatore impegnato per 4 ore e mezza a seguire lo spettacolo? E ancora la lezione sulle culture partecipative in unAcademy. La lezione, performance in sè, con avatar super-attivi e competenti a parlare delle forme performative che sono centrali nei media convergenti. E forse tutto questo c’entra anche con il dibattito che troviamo qui (ma per chi ha un avatar anche qui) e che riguarda i giovani e le forme di auto-rappresentazione.
Insomma contenuti e forme: magnitudini della performance.
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Pubblicato da lgemini
Febbraio 8, 2008

Non è una cosa nuova però il tema del corpo come oggetto centrale dell’analisi sulle derive della comunicazione mi sembra particolarmente forte in questi giorni. Ne abbiamo scritto qui, qui, qui con particolare riferimento a SL. Secondo me c’entra anche con il viaggio nella complessità partito ieri in UA.
Sulla fondamentale webzine Ateatro, curata da Oliviero Ponte di Pino con la collaborazione di Anna Maria Monteverdi, leggo due articoli che mi portano là dove ultimamente non sono riuscita ad andare: a teatro, appunto.
Prima, nell’articolo di Anna Maria, con il lavoro di Konic thtr, compagnia catalana che dalla metà degli anni ‘80 lavora nell’ambito della creazione di performance interattive, installazioni nella convergenza di multimedia, musica, teatro (sono tra l’altro fra i primi sperimentatori della motion capture). Le parole chiave sono: augmented stage, pubblico come “agente attivatore”, interrelazione e connessione che ha il corpo come fulcro di indagine, drammaturgia plurinarrativa. Senza dimenticare il significato “politico” che va riconosciuto a questo tipo di ricerca artistica. Lo spiega anche Balzola insieme all’evoluzione dell’estetica dell’interattività. Personalmente ho provato a parlarne anche qui. Il tutto per ribadire come il frame della cultura partecipativa - che parte (o almeno si collega) dalla pratica e dalla teoria della performance - ha la sua base di appoggio, anzi di ancoraggio, nell’evoluzione della comunicazione, nel digitale, e nei modi in cui viene trattato il corpo.
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Pubblicato da lgemini
Gennaio 12, 2008

Sempre irritativo Piero. E anche Roberta e Fabio. Molto interessante il collegamento Dubai-Alpi. Anche io ho sottolineato l’appunto su Ski Dubai come costruzione dell’esperienza della neve e del freddo. Sta di fatto che ritrovo una serie di riflessioni che già il seminario dell’anno scorso aveva attivato, insieme alla lettura de Il turista nudo di Osborne e conversazioni varie (anche tipo questa) che stanno poi nel libro che forse uscirà. Insomma per me la questione è legata all’immaginario, ai media, alla comunicazione. Dubai è uno di quei posti che proprio per essere nato da una “visione” – quella dello sceicco ma evidentemente condivisa – poggia sulla realtà dell’immaginario. Nasce poi, diceva Piero, dall’iconografia araba antica ma per rendere visibili tutte le contraddizioni di un mondo che fa i conti con la meta-territorialità dell’immaginario. Aspetto che forse spiega anche la messa fra parentesi della sua memoria (se non ho frainteso Roberta). Allora vuole dire che un posto come Dubai rende ben evidente la dinamica riflessiva (fra vissuto e rappresentato) che si traduce nella dialettica fra dentro e fuori; miniatura e ingrandimento; naturale e artificiale; caldo e freddo; fra guardare ed essere guardati cioè infine in un tipo di esperienza che non si spiegherebbe senza i linguaggi e le forme mediali.

Il collegamento con il tema delle Alpi lo traccerei così: le alpi svizzere sono un’icona che rimanda alla scoperta del paesaggio come cosmo borghese. E qui siamo dentro all’immaginario rappresentazionista forgiato da dipinti, diari di viaggio, prime guide, per dare forma a una serie di aspettative sulla montagna e a un’immagine che si è elaborata nella cultura urbana. La montagna come la vediamo e come la immaginiamo: Ski Dubai è stata costruita su questa idea. In relazione a questo mi sollecita molto un’altra frase di Piero legata più esplicitamente al tema della montagna: “rinvio a una realtà che pensiamo di conoscere e che è il buco nero dell’immaginario su cui lavora la comunicazione turistica”. Allora per come la vedo io qui viene posto il problema dell’autenticità. Da quel che ho capito esisterebbe una realtà della montagna che nemmeno più i locali riconoscono e che va recuperata, valorizzata. Non per i turisti però. E qui aspetto lumi. Sempre secondo me questa è una questione legata alla prospettiva esterna di osservazione, al modo cioè attraverso cui una realtà esterna viene trattata (in questo caso turisticamente). Ma se la guardo dal punto di vista del riferimento interno allora il problema di una “realtà giusta e adeguata” cambia di segno. La domanda è: cosa ci dici Piero che servono iniziative politiche e di comunicazione che permettano di porsi l’autenticità come problema”? In altre parole: la ricerca della vera montagna come “problema” deve riguardare il riferimento interno dell’osservatore? Ma visto che, tornando alle aspettative, questa è una cosa che non si può trasmettere, la domanda è: come si fa?
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Pubblicato da lgemini
Novembre 9, 2007
Ho letto su D di Repubblica che Daniel Richter, uno dei giovani artisti più conosciuti e quotati in Germania, ha passato un fine settimana in incognito a Parigi, confuso fra i pittori che fanno i ritratti ai passanti e ai turisti, per capire quanto sia apprezzata la sua arte fuori dal mercato e dalle gallerie. Pare che abbia guadagnato pochissimo.
Il trafiletto mi ha fatto tornare in mente la conversazione/discussione che qualche sera fa ha coinvolto me a altri fedeli dell’unAcademy – sì, sempre SL – e che aveva come oggetto la definizione dell’artista. Continuando idelamente quella conversazione, penso che questo esempio possa dimostrare come il sistema sociale dell’arte stabilisca le sue regole, e che il riconoscimento delle sue selezioni motivi all’accettazione della comunicazione. O più semplicemente: fa dire anche a noi quale opera è d’arte o meno e chi sia o meno un artista.
Aggancerei anche 1. lo spunto di Clinicamente testato relativo al sito dedicato agli artisti dall’alto e dal basso; 2. un altro trafiletto sempre su D che cita il caso di E-Flux, newsletter per la diffusione di arte contemporanea via web che funziona come un monte dei pegni per gli artisti, promuovendone la visibilità.
Bene. Io vedo in questi esempi una logica che non cambia. Come dire, la legittimazione dell’arte deve trovare delle vie che sono comunicative. Se poi ci sono forme di visibilità che integrano quelle “ufficiali” ben venga, ma temo che ogni artista abbia bisogno prima o poi di rientrarci. E che il pubblico ne abbia bisogno per orientarsi.
Nulla toglie comunque la specifica ambiguità dell’arte, che è poi la sua ricchezza, sempre sulla soglia fra coscienza e comunicazione. Quindi sempre un po’ (anche) incomunicabile.
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Pubblicato da lgemini