La cura open source di Salvatore Iaconesi. “Irritazioni” fra medicina, arte e vita

Al di là della faccenda umana, verso la quale non si può che esprimere un sentimento simpatetico da espandere, l’iniziativa di Salvatore Iaconesi è un esempio importante del rapporto (cioè dell’accoppiamento strutturale) fra un sistema sociale, la medicina, e un altro: l’arte. In questo caso la relazione è vista dalla prospettiva del sistema dell’arte: come un artista osserva la questione medica che lo riguarda e la fa rientrare nel circuito della comunicazione. In tal modo, e proprio per il contenuto cui tutta l’operazione rimanda, siamo costretti a fare i conti con la qualità ambivalente dell’arte, sempre sulla soglia fra comunicazione e percezione. Cioè fra il sociale e la vita soggettiva dell’individuo.

Qui infatti si tratta non tanto di comunicare le proprie osservazioni. Cioè non siamo di fronte all’agire di un artista (ego) che osserva e attualizza possibilità rimosse e di un fruitore (alter) che ne fa esperienza interiore. Siamo su un altro livello, laddove il rapporto fra arte e vita si è trasformato, da John Cage in poi, in un assunto fondamentale per uscire dalle maglie stringenti del sistema dell’arte accoppiato al mercato e lontano dal vissuto delle persone.

L’arte tecnologica, per usare una definizione generale e a-problematica, ha lavorato in questa direzione: la sperimentazione artistica dei linguaggi, il loro utilizzo creativo, per il networking e per l’emergere del citizen artist. Artivismo, ad esempio, è un altro termine che mette insieme arte e politica da integrare alla semantica dell’engagement, cioè l’impegno sul campo, che gli artisti di oggi sentono con rinnovato vigore.

Appunto per questo che il contesto della creatività si diffonde al di là dell’interattività, chiamando a raccolta e all’agire gli utenti. Ecco perché mi sembra che La cura sia un progetto da cogliere anche in questi termini. Da un lato c’è la questione dell’open source quale tema centrale per i processi legati alla democratizzazione della rete e del’informazione (spiegato bene da Tanni e Giovanni), dall’altro lato l’esemplificazione – mediata dal “corpo” di Iaconesi – dell’accoppiamento fra media e vissuto potenziato dalla teoria e dalla pratica del networking e della body art, di un corpo e di una vita che si mettono a disposizione della contingenza disseminandosi in rete.

Anche io mi sono trovata ad affrontare una malattia con la forte tentazione di usare la rete come luogo di condivisione, per sentirmi dire delle cose che mi gratificassero. Non so se per Iaconesi sia lo stesso ma di certo la sua è un’operazione culturale che parte da un evento biografico – tra l’altro processo non così insolito per la produzione artistica – da rendere tema e occasione per il tipo di sperimentazione artistica che, con Oriana Persico, porta avanti da sempre.

In più, per tornare all’inizio e concludere, resta da vedere come la comunicazione del sistema della medicina tratterà questo tipo di operazione, in che modo ne sarà “irritato”. Se arrivassero tanti pareri – al di là dei protocolli – si porrà per Iaconesi il problema della selezione di quello che è meglio per lui e non so quanto il condividerlo con “noi” sia utile. Nello stesso tempo l’idea di poter fornire strumenti di gestione alternativi della propria malattia e delle relative informazioni ad altri può essere pensato come un caso di menthorship informale che ben si adatta alle logiche e allo spirito delle culture partecipative.

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