Oriente e Occidente nel teatro colloquiale di Oriza Hirata a Santarcangelo41

Farci vedere l’altrimenti invisibile o meglio farci conoscere qualcosa cui avremmo accesso con molte difficoltà (come spiega mirabilmente Luca Scarlini su Altre Velocità) è uno degli indubbi meriti del Festival di Santarcangelo.

Il primo caso, per quanto mi riguarda, è quello di Oriza Hirata e della compagnia Seinendan che – con The Yalta Conference e Tokio Notes – ci fornisce uno spaccato interessantissimo sul teatro giapponese contemporaneo.

The Yalta Conference – eseguito nella sala consiliare del Comune – si presenta come una ironica sit-com in cui gli improbabili Churchill, Stalin e Roosevelt, impersonati da attori giapponesi simpaticamente in carne, decidono i destini della Seconda Guerra Mondiale e della spartizione successiva del mondo.

Incarnando lo stereotipo delle nazioni cui appartengono – l’abbigliamento da cow boy per Roosvelt, il colbacco per Stalin, il cilindro per un Churchill mangione, le caramelle colorate, il tea, ecc. – i tre se la giocano nello scambio dialogico del “teatro colloquiale” che fonde la tradizione giapponese con la modernità occidentale, svelando così – fra il detto e il non detto, nella strategia del “lasciar cadere le parole” e nell’uso del linguaggio naturale – i meccanismi del potere. Gli esiti tragici della guerra sono messi in ridicolo e in grottesco dai tre personaggi-anime, che ricordano certi “caratteristi” esagerati che abbiamo imparato a conoscere da bambini nei primi cartoni giapponesi arrivati anche da noi e che qui parlano del Giappone (la bomba atomica, i kamikaze) come se fosse il nemico. Ed è questo ribaltamento, mi pare, a far emergere il senso amaro di una pièce ironica.

foto Claire Pasquier

Ancora colloqui “normali” e “quotidiani” fra i 20 personaggi di Tokyo Notes che si avvicendano nel bookshop di una mostra su Vermeer in un ipotetico 2024 dove il Giappone rappresenta il rifugio per le opere d’arte europee a rischio di sparizione a causa della guerra. Ancora lo sguardo dell’Oriente sull’Occidente sullo sfondo di conversazioni che si sovrappongono ma secondo un ritmo drammaturgico che permette di cogliere nell’eleganza di movimenti pacati e di espressioni mai esagerate ma soprattutto nella dissolvenza di un dialogo neutro di una coppia, ad esempio (“Eh, e come avete fatto con la maionese?” “L’hanno fatta andare tutta a male”), la messa a fuoco della rivelazione di qualcosa di grave o di importante in un altro scambio dialogico (“Mi sa che l’anno prossimo non ci vedremo” “Eh, perché?, Vai da qualche parte l’anno prossimo?” “Forse non ci rivedremo più. S’è messo a piangere, Yuji qualche giorno fa” “Eh?” “Dice che si è innamorato di un’altra donna” “Ah”).

Detto altrimenti: un montaggio a frammenti per punti di vista mobili, come in un film.

foto Claire Pasquier

Si vede insomma come una cultura contaminata (e contaminante) con l’occidente si auto-osservi integrando i modi con cui sa di essere osservata e che diventano così parte del modo stesso in cui quel mondo si rappresenta (in Yalta l’esagerazione giocherellona, in Tokio Notes la gestualità misurata). Il pubblico vede dal vivo un modo di essere e di fare che riconosce come giapponese, identitario, localizzato. Ma scopre anche nei contenuti, nei discorsi, nei micro-drammi che affiorano dai dialoghi, l’universalità del quotidiano nel quale siamo tutti fatalmente uguali.

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Una risposta a Oriente e Occidente nel teatro colloquiale di Oriza Hirata a Santarcangelo41

  1. […] Giappone e del giapponese, per lo meno in questo caso e in altri di cui ho già avuto modo di dare conto, anche in relazione ad altri lavori dello stesso […]

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