Balla che ti passa. L’8 marzo e la sua inutilità

Non è che me ne freghi molto dell’8 marzo però la puntata di oggi di Tutta la città ne parla, Radio3 condotta dall’intelligente e garbato Giorgio Zanchini, mi ha convinto a lasciare una traccia qui. A partire dal tema lanciato da un’ascoltatrice di Prima Pagina che sottolineava l’opportunità di non considerare questa ricorrenza una festa ma un’occasione di riflessione sulla condizione femminile, in Italia, passando per gli interventi delle ospiti della trasmissione, fino ad arrivare al silenzio degli studenti quando oggi in classe chiedevo quale fosse a loro parere l’immaginario femminile dominante da noi, c’è una linea di continuità che fa pensare.

I temi sono quelli noti: il lavoro, la maternità, la politica, il corpo. Ma c’è una cosa che mi colpisce sempre e che riguarda quelle forme becere dell’immaginario (avevo iniziato qui ma ce ne sono 7) che hanno caratterizzato i post seriali che ho smesso di scrivere per questioni di ridondanza. Come dire: alla lunga non dicevano niente di più di un dato verso il quale sembriamo essere assuefatti e assuefatte.

Chiara Saraceno diceva che se fosse più giovane, e forse non esserlo più tanto per alcune può essere un buon momento per tirarsi fuori, sarebbe disperata o quanto meno depressa. Anche io lo sono. Senza contare il fatto che oggi mi si è sbeccato il gel rosso sulle unghie.

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2 risposte a Balla che ti passa. L’8 marzo e la sua inutilità

  1. ilconto scrive:

    Secondo me, invece, il tuo lavoro va continuato (parlo delle forme becere dell’immaginario, nel senso che non dubito tu stia continuando seriamente a lavorare e a impegnarti).

    In particolare per un motivo: quando ci si trova in una condizione chiusa o apparentemente chiusa, senza aperture o vie d’uscita, coperti da una cappa occorre impegnarsi a distinguere, differenziare, catalogare e cartografare. Se tutto ciò che riguarda il nostro immaginario di genere sembra un immanenza senza via di fuga, dobbiamo descrivere, separare, creare un museo. Non possiamo aspettare domani per cercare di mettere ordine nel caos immaginario di oggi.

    Combattere le cose – in particolare quelle immaginarie – richiede tutta la forza di andare contro la ridondanza. Se ci facciamo avvincere da quella, dall’impressione di ripetitività, di inutilità, di senza-scampo, non potremmo mai avere ragione della situazione.

    Costruiamo un archivio. Non per collezionismo: distinguiamo, creiamo insiemi nuovi, descriviamo tutte le forme nuove o antiche di discriminazione immaginaria e solo quando abbiamo affilato le armi dei nostri concetti, gettiamoli come frecce.

    Un saluto

  2. socialdreams scrive:

    sono d’accordo..

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