Cecilia e l’ascoltatrice. Quando informazione e partecipazione emotiva passano per radio

donna

la foto:http://www.flickr.com/photos/25837743@N04/3058635406/

Ho sentito durante il filo diretto con gli ascoltatori di Prima Pagina di Radio3Rai la testimonianza di una giovane signora che raccontava di come le sia praticamente impossibile garantire nella legalità il lavoro di Cecilia, la donna peruviana che l’aiuta in casa (il cui marito si è sperperato i soldi che lei mandava per lui e le figlie piccole rimaste là, la cui figlia piccola è morta fulminata mentre lei impotente dall’Italia partecipava in diretta telefonica alla tragedia).

Con la voce rotta dal pianto, sincero, e con molta dignità questa ascoltatrice ha detto quel che c’è da dire a dispetto di tutto quello che sentiamo sull’immigrazione, la clandestinità, sul respingimento, ecc.

Ora: è vero i media funzionano bene quando c’è un riferimento alle persone, l’infrazione alle norme, quando spettacolarizzano il dolore. Ma in questo caso dove sarebbero l’assuefazione e l’indifferenza verso un tale tipo di informazione? Mi chiedo: è forse la radio, per le sue caratteristiche di linguaggio e di qualità che riesce a raggiungere, a rendere un “caso umano” così coinvolgente e politicamente importante? Potrebbe essere irritativo? Non lo so proprio. So solo che oggi ho un gran magone.

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3 risposte a Cecilia e l’ascoltatrice. Quando informazione e partecipazione emotiva passano per radio

  1. gboccia scrive:

    La radio è un medium emotivo. Ti coglie nel tuo privato dell’ascolto (la radio di parola, quella che ascolti in macchina mentre vai a lavorare) e parla alla tua parte emotiva, depurando dai pregiudizi dell’immagine, da quei segnali che la postura, i vestiti, ecc. lasciano individuare.
    Che effetto avrebbe fatto se la signora in questione si fosse mostrata ingioiellata e con vestiti di marca? E’ un paradosso, ovviamente. E’ che le micro storie sono esemplari di come i media lavorino emotivamente sganciando però spesso la loro riflessione da un ragionamento più stringente sulle cose.

    Come dire: potrebbero laorare con l’opinione pubblica invece di limitarsi ed emozionarla.

  2. lgemini scrive:

    Hai ragione. Però mi sembra che un programma come Prima Pagina che parte dai quotidiani e dai commenti (e dalle testimonianza dirette) che vengono dagli ascoltatori mi sembra un modo buono per lavorare sull’opinione pubblica. Anche perché chi telefona non è quasi mai uno sprovveduto.

  3. plurale scrive:

    A volte la radio, proprio per la sua intimità, stimola reazioni impulsive. Non ti è mai capitato di rispondere a quando sentivi dire attraverso l’autoradio? Credo invece che la televisione sia ancora più emotiva, per via dell’immagine, sebbene meno intima. Gboccia invoca un’informazione più razionale, sono d’accordissimo: sarebbe salutare in una stagione che perfino nella legislazione è diventata “sentimentale” (http://www.plurale.net/?p=400)e la giustizia un sudoku, come scriveva il Corriere domenica. Il guaio è che – a mio avviso – come *individui di massa* tende a sfuggirci il senso di comunità, che è qualcosa di astratto, e ci rimane piuttosto semplice avere un rapporto diretto, concreto e personale con le informazioni. Una specie di dialogo diretto, senza risposte del nostro intelocutore. Sarà per questo che la componente emotiva “insita nel mezzo” radio/tv prevale lì per lì e, invece, nei media ipertestuali sembriamo spinti da un maggior spirito critico? Sarà per questo motivo che poi quanto ci emozionato via radio/tv lo razionalizziamo magari discutendone con altri che hanno avuto la nostra stessa esperienza mediale nel chiuso del loro abitacolo o del loro salotto?

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